La differenza fondamentale è filosofica: l’Inghilterra protegge ciò che ha valore (approccio meritocratico), l’Italia protegge aree geografiche nel loro insieme (approccio zonale). Da qui derivano quasi tutte le conseguenze pratiche.
Il sistema italiano: la Zona A come gabbia geografica
Il DM 1444/1968 ha classificato il territorio in “zone omogenee”, e la Zona A: il centro storico, è una perimetrazione geografica che si applica indistintamente a tutto ciò che ci sta dentro. Un palazzo medievale e un capannone degli anni ’70 che per qualche ragione si trova dentro quel perimetro ricevono lo stesso trattamento. I PRG (o PGT, dipende dalla regione) di norma limitano gli interventi alla manutenzione ordinaria, straordinaria, al restauro e al risanamento conservativo. La ristrutturazione edilizia pesante è quasi sempre vietata, e qualsiasi aumento di volumetria è fuori discussione. Se poi sopra a questo si aggiunge un vincolo della Soprintendenza (ai sensi del Codice dei Beni Culturali, D.lgs 42/2004), ogni intervento, anche minimo, richiede un’autorizzazione paesaggistica o monumentale che può avere tempi lunghissimi e esito incerto.
Il sistema inglese: listed buildings e conservation areas
L’Inghilterra invece, separa due livelli di protezione. I listed buildings sono edifici valutati individualmente e classificati in gradi (Grade I, Grade II*, Grade II) in base alla loro effettiva rilevanza storica e architettonica, circa il 2% degli edifici in tutto il paese. Le conservation areas sono invece aree più ampie, simili concettualmente al centro storico italiano, ma con una logica diversa: proteggono il carattere del luogo, non ogni singolo mattone. Dentro una conservation area un edificio privo di particolare valore può essere demolito e ricostruito, oppure ampliato, se il progetto è coerente con il carattere dell’area. Questa valutazione è discrezionale e affidata alla local planning authority, guidata dal National Planning Policy Framework. Historic England fornisce orientamenti, ma non ha il potere vincolante che ha la nostra Soprintendenza.
Le tre differenze che contano davvero
La prima è la datazione e la selezione. In Inghilterra per essere listed un edificio viene effettivamente datato, analizzato, giudicato. In Italia la data di costruzione dell’edificio conta poco: ciò che conta è se si trova dentro il perimetro della Zona A. Un edificio degli anni Cinquanta in centro storico è protetto tanto quanto uno del Trecento.
La seconda differenza molto importante è la possibilità di aggiungere. In Inghilterra un ampliamento o un’aggiunta contemporanea è concepibile anche in un contesto storico, purché il progetto rispetti il “setting” degli edifici vincolati, e di fatto esistono molte realizzazioni anche di architettura contemporanea audace approvate in aree protette. In Italia l’aumento di volumetria in Zona A è quasi universalmente vietato, e anche solo modificare una facciata richiede iter complessi. Questa rigidità ovviamente ha creato problemi e le persone per questo motivo spesso in passato hanno fatto abusi.
La terza è chi decide. In Italia la Soprintendenza è un ente statale che può bloccare o modificare qualsiasi decisione comunale, creando un doppio livello burocratico spesso incongruente. In Inghilterra il sistema è prevalentemente locale, con la national guidance come riferimento, ma senza un organo statale che si sovrappone sistematicamente al comune.
L’Italia ha costruito un sistema pensato per proteggere il patrimonio eccezionale, ma lo ha applicato in modo indifferenziato su intere zone urbane, compresi edifici che non meriterebbero alcuna tutela. Il risultato è che i centri storici italiani sono spesso bloccati in uno stato di conservazione-degrado: non si può demolire ciò che è brutto, non si può aggiungere ciò che manca, e i costi di restauro (gli unici interventi permessi) sono proibitivi per i privati. L’Inghilterra, selezionando ciò che vale davvero la pena proteggere, riesce a mantenere i centri storici vivi e adattabili, con nuove funzioni e nuovi volumi che convivono con il patrimonio antico.



